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Demografia e territorio.
San Sperate è un mirabile paese di circa settemila abitanti, una delle 378 comunità della Nazione Sarda, situata a circa 18 chilometri da Cagliari nella più fertile e grande pianura sarda, il Campidano. I paesi confinanti sono a nord Nuraminis, a est Monastir, a est-sud-est Sestu, a ovest Villasor, a ovest-sud-ovest Decimomannu e a sud Assemini. Si estende per 26,15 kmq e sta a 41 metri sopra il livello del mare. È un paese, che forte di un’operosità intelligente e creativa, è divenuto ricco nei secoli e rende immediatamente percepibile la sua anima dinamica e ospitale. Come sottolinea l’eminente archeologo Giovanni Ugas nei suoi preziosissimi studi dedicati alla storia del paese San Sperate sorge nell’abbraccio vivificatore di due corsi d'acqua, il Rio Mannu e il Rio Flumineddu, che corrono da nord-est a sud-ovest. Il primo, perenne sino a trent’anni fa, dopo aver ricevuto le acque del secondo, confluisce, al confine con l’agro di Decimomannu, alcuni chilometri più a ovest, nel fiume Mannu di Samassi, che sfocia poi nello stagno di Santa Gilla.

Le acque e sa noria. Un’importante funzione per lo sviluppo demografico ed economico del territorio hanno rivestito, e tutt’ora rivestono, anche le sorgenti e le ricche falde superficiali di acqua dolce. L’acqua delle falde era raggiunta, già da tempi remotissimi, attraverso le canne dei pozzi e per l’irrigazione dei campi si ricorreva all’uso della noria, la ruota mossa dall’asino. Monsignor Luigi Cherchi nella sua opera Il Paese di San Sperate ci ricorda che ogni famiglia ne aveva uno. Il territorio pianeggiante provocava, non di rado, straripamenti e allagamenti dei suddetti corsi d’acqua creando seri pericoli per la vita stessa degli uomini e degli animali. Sono ancora nitidi i ricordi delle ferali inondazioni. Essenziali per la vita delle antiche comunità erano anche is arrius (i ruscelli) e i mitzas (le sorgenti), che bagnano l’agro di sud-est: sa mitza de Pixinortu, s’arriu de Piscinortu, sa Gor’e Arriabis e s’arriu de Ponti becciu, che più a valle prende il nome di s’arriu de sa Nuxedda.

Gli insediamenti. La straordinaria disponibilità d’acqua, insieme alle condizioni climatiche e alla particolare generosità dei suoli costituirono ottime ragioni per indurre numerosi gruppi umani a dimorare fin dalla preistoria, nel territorio oggi abitato dai sansperatesi. L’assenza di suoli affioranti rocciosi e duri nelle campagne a sud del Rio Mannu determinava la carenza di pietra, materia prima fondamentale, soprattutto per l’edilizia. A questo si ovviò (anche se solo in parte) con l’impiego di materiali erratici di origine fluviale. Gli alvei del Rio Flumineddu e del Rio Mannu furono ottimi serbatoi di ciottoli, soprattutto basaltici. Anche gli spietramenti dei suoli agrari di origine alluvionale poterono fornire materie prime per l’edilizia. Il professor Ugas pone in evidenza quanto la scarsità di materiali litici di grossa pezzatura dovette condizionare fortemente l’edilizia, soprattutto nell’antichità. Tuttavia gli scavi di profondi pozzi per la provvista idrica portavano in superficie banchi di arenaria e in marna calcarea anch’essi utilizzati come materiale edile. Il territorio di San Sperate, come del resto tutto il Campidano, è battuto specialmente da due venti, il Maestrale che arriva da nord-ovest e lo Scirocco che giunge da sud-est.

La storia. La ricerca archeologica ha dimostrato che il primo nucleo antropico si stabilì intorno al 1800 a.C nell’area di Su cuccuru ‘e Santu Sebastianu (Il colle di San Sebastiano), che consentiva il riparo dalle alluvioni. Qualche secolo più tardi, tra il XIII e metà dell'XI secolo a.C., quando le genti sarde innalzarono migliaia di nuraghi, entro i confini dell’attuale centro urbano sansperatese dialogavano e convivevano due distinti insediamenti nuragici, il primo nella stessa zona di Cuccuru ‘e Santu Sebastianu (l'attuale via Giardini), mentre il secondo, forse nato a seguito del distacco di una o più famiglie dal primo, si trovava nell’area della chiesa di San Giovanni e di via Monastir (G. Ugas, San Sperate dalle origini ai baroni). Alla fine del VI secolo a.C., con la conquista armata di Cartagine, la cui impronta si impresse parzialmente sulle coste e sulle pianure sarde, l’insediamento di San Giovanni diminuì di importanza, mentre prese ulteriore vigore il nucleo di San Sebastiano che persistette anche sotto gli innumerevoli attacchi romani. L’area di San Giovanni ebbe poi una destinazione sacro funeraria. Probabilmente a questo periodo punico risale la maschera apotropaica, ora simbolo del paese, rinvenuta durante gli scavi intorno al 1880.

La storia: l'epoca romana. Come gia accennato San Sperate subì l’influenza degli invasori romani, ne sono testimonianza manufatti, l’iscrizione funeraria di Junia Pedusea e altre epigrafi latine. Il perimetro dell’abitato ricalcò sostanzialmente i contorni dell’insediamento in età punica e in età nuragica. Alcuni ipotizzano e riconoscono la civitas di Valeria come l’antico abitato dell’attuale San Sperate per il fatto che Tolomeo nel suo elenco progressivo da Aquae Neapolitanae, attuale Sardara, verso Caralis ci dà le coordinate, che sembrano corrispondere. Con la crisi dell’impero Romano d’Occidente, spinti dai Vandali insediatisi nel Nord Africa, molti vescovi trovarono rifugio nell’isola, tra cui probabilmente anche San Sperate le cui spoglie vennero rinvenute nei primi anni del 1600, nell’antica chiesa a lui stesso intitolata.

La storia: Bisanzio e l'epoca giudicale. Nel periodo successivo, condizionato in parte da Bisanzio, a partire dal VI/VII secolo, da quando i musulmani chiusero il Mediterraneo sino intorno al XV secolo, i sansperatesi non si consegnarono all’ozio e si riconobbero nel processo di unificazione della Sardegna intrapreso da Mariano IV e dalla figlia Eleonora d’Arborea. Molti cittadini risposero volontariamente alla chiamata alle armi nel 1409, presso la vicina piana di Sanluri, su Bruncu de sa Battalla in cui tutti i sardi abili, circa 15 mila, combatterono e morirono per la propria libertà contro il Regno di Sardegna, che altro non era se non un'infeudazione di Papa Bonifacio VIII ai catalano-aragonesi, avvenuta nel 1297 senza tenere conto dei poteri consolidati nella Nazione sarda. 
Su due impianti preesistenti, intorno al XII secolo, vennero edificate due chiese che elaborano e trasformano lo stile romanico, quelle di Santa Lucia e San Giovanni Battista.

La storia: la dominazione spagnola. Con l’occupazione spagnola a San Sperate, come in tutta la Sardegna, arrivò (purtroppo) il feudalesimo. La Sardegna, nonostante avesse ormai una propria Carta Costituzionale (Carta de Logu, 1391) e non avesse vissuto sino ad allora il peggiore sistema economico che l’umanità abbia mai prodotto, di origine carolingia, venne comunque divisa in tanti feudi. Il re Alfonso V concesse il feudo di Santo Sperato a Giordano de Tolo che poi lo cedette al figlio, e che poi a sua volta lo vendette ai fratelli. Con la dominazione spagnola il paese conobbe una profonda crisi, soprattutto dovuta all’esosità del fisco. Dopo una moltitudine di atti di compravendita, rintracciabili per i più doviziosi nell’Archivio di Stato di Cagliari, e l'abolizione del feudalesimo, nel 1839 San Sperate passò ai Savoia. Anche l'epoca Sabauda fu caratterizzata da una forte crisi economica e clientelare.

La storia: l'età contemporanea. Durante la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale, anche la comunità di San Sperate subì le logiche colonialiste e imperialiste italiane, e diede il suo triste contributo. Negli anni Cinquanta, San Sperate reagisce ai lutti e alle difficoltà post-belliche investendo gran parte delle proprie risorse materiali e umane nella produzione agricola. Vanno menzionate per tutte le grandi aziende di Vittorio Schirru e Stefano Casti. Ci fu la realizzazione di un razionale sistema di irrigazione, la creazione di grosse aziende artigianali come il molino con il panificio di Lauro Soi e il panificio di Giovanni Pilloni. Nacquero poi i pastifici di Rita Corronca e di Leopoldo Collu, tutte attività che ancora oggi arricchiscono il tessuto economico del paese. Da una frutticoltura di nicchia si passò a quella intensiva, soprattutto col pesco e l’arancio. Queste splendide piante che a San Sperate trovavano un habitat ideale, e la presenza di numerose serre di floricoltura hanno permesso soprattutto negli ultimi anni anche un'ampia diffusione dell'apicoltura. Ancora oggi, attraverso l’imprenditoria e l’artigianato locale, si tramandano saperi non scritti: per esempio la lavorazione de su coccoi, su civraxiu, su moddizzosu, sa pillonca, su pan 'e scetti, su pan 'e simula, is pardulas, e su pressiu e s’arangiu, sa farra de trigu tostau, che nascondono abilità e competenze senza tempo. Dopo la guerra non va dimenticato che ci fu un significativo, seppur limitato e incompleto, sviluppo dei mezzi meccanici in genere, autocarri e soprattutto mezzi agricoli.

1968: San Sperate Paese-Museo.
Nel 1968 prende avvio un movimento culturale che porterà San Sperate nel mondo. Attraverso il genio indiscusso di Angelo Pilloni e Pinuccio Sciola in particolare, visse una vera e propria rivoluzione. Il paese di fango si colorò prima di calce bianca e poi di murales, in simbiosi perfetta con le personalità di chi viveva il paese e con lo spirito sardo-campidanese: divenne Paese-Museo. L’ospitalità e l’acutezza delle sue genti comprese l’importanza del messaggio artistico e così si aprì al mondo intero. Il paese divenne un laboratorio a cielo aperto, luogo d’incontro di artisti provenienti da tutta Europa. Sculture, murales, quadri, opere d’arte negli anni si moltiplicarono rapidamente sino ad attirare l’attenzione degli studiosi di tutto il mondo. Le opere d’arte silenziose, calde e amorose, godibili in tutti gli angoli del paese, pur mantenendo un rapporto diretto con l’anima sarda campidanese, appaiono ancora oggi rifugi accoglienti e messaggi per l’intera umanità. Il miracolo non cessa di stupire, la pienezza di vita e di intenti dei sansperatini, la loro laboriosità e il loro ingegno rendono San Sperate custode del tempo e testimone autentico di libertà e vita. Forse questo condusse Pablo Volta, uno degli intellettuali più rappresentativi al mondo del XX secolo, per amore della Sardegna a scegliere di stabilirsi nel "paese museo" nel 1987.

Economia e società. Oggi il paese continua a mantenere la sua vocazione artistica, oltre la festa del Patrono celebrata il 17 Luglio e la Sagra delle pesche, ne sono un esempio recenti esperienze culturali come No Arte e Cuncambias promosse da giovani intellettuali e volenterosi locali come Giuliu Landis, da artisti emergenti come Gianfranco Pinna e Mauro Cabboi o da poeti illuminanti come Salvatore Mossa o del nuovo astro Augusto Picci. Convive, in questi ultimi anni, con la ripresa dei flussi migratori che si erano arrestati dopo gli anni Cinquanta. L’agricoltura e l’edilizia hanno costituito e costituivano insieme all’artigianato e alla produzione intellettuale e artistica il volano dell’economia sansperatina ma non riescono oggi a rispondere alle esigenze di lavoro, soprattutto dei giovani, e a reagire alla concorrenza estera.
Pesano in maniera determinante gli aumenti dei costi di produzione e quelli degli oneri sociali. Negli ultimi anni, gli ettari di terra coltivata sono purtroppo in diminuzione, mentre è cresciuto il patrimonio edilizio. Timidamente si sta però sviluppando una fiorente economia turistica, ne sono un esempio la recente nascita di diversi B&B. I servizi al cittadino presenti nel comune sono numerosi, c'è un Istituto Scolastico Comprensivo, un Centro Polisportivo in cui ha sede anche la piscina e un poliambulatorio con attività di medicina specialistica fondato quest’ultimo dal dottor Antonio Soi, dalla dott.ssa M.Luisa Ecca, concittadini, e dal dottor Renzo Floris di origini cagliaritane. Coadiuvano e arricchiscono ancora di più il tessuto culturale una società di basket e pallavolo, e due società sportive calcistiche: il San Sperate e la Virtus San Sperate, quest'ultima fondata pochi anni fa da Paolo Soi.


                                                                                    Stefano Soi

vediamo

 
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