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 'E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi' (Gv. 1,14)
di don Efisio Zara
E l'ultimo lunedì di novembre dell'anno 1983. Ore 13,3O. Mentre il TG propone le notizie di testa, le immagini scorrono implacabili e terrificanti, centinaia di morti, migliaia di dispersi, decine di paesi isolati! Il terremoto ha colpito ancora! Si parla già di sottoscrizioni e di centri di raccolta. Anch'io, è il primo pensiero, organizzerò una sottoscrizione tra i parrocchiani. Anzi, il primo a versare ventimila, chissà, forse anche venticinquemila lire sarò proprio io e quasi quasi mi sento pure bravo! Intanto alla TV, volti sconvolti e lamenti di persone ancora sotto le macerie, non riesco a inghiottire più neppure un boccone del pur frugale pasto rimastomi nel piatto, è fin troppo facile mettere a tacere la coscienza con ventimila lire, sento di essere schiacciato dal mio egoismo più grande di quel palazzo di otto piani che poco fa è crollato a Napoli. 'POSSO E DEVO FARE DI PIU'. In serata raggiungo la Caritas di Cagliari per mettermi a completa disposizione: un gruppo di volontari è già pronto a partire sul luogo del disastro. C'è bisogno di un sacerdote che faccia da guida: eccomi! Romagnano al Monte è un paesino del Salernitano, già poverissimo, completamente distrutto. Prima della scossa più violenta tutti gli abitanti riescono a mettersi in salvo su una collina a tre chilometri di distanza. È qui che la Protezione civile ci chiede di operare. Tra stenti, lacrime e speranze, i giorni passano, siamo già a metà dicembre, Natale è alle porte e noi dobbiamo rientrare. Con l'aiuto dei Vigili del fuoco vengono recuperate dalla Chiesa semidistrutta, alcune statuine del presepe. La grande tenda militare dal pavimento di fango, intanto, è diventata una sala multiuso; con quelle poche statue in un angolo prepariamo il presepe. È semplice ma c'è tutto! Fuori scende la neve, quella vera. La tristezza resta, la nostalgia aumenta. E il lamento diventa preghiera: «Oh Dio, Tu non devi abbandonarci». Domani si ritorna in Sardegna. Come saluto decidiamo di celebrare la Messa (la prima dopo il terremoto). E così ci scambiamo gli auguri per questo strano Natale. Anche una tenda può diventare Chiesa. Il clima è diventato nel frattempo natalizio. Il presepe ora è vivente: le statue sono persone reali che cantano e pregano. C'è una bambina nata pochi giorni prima del terremoto: si chiama Fortunata, i genitori mi chiedono di battezzarla. Uno dei volontari che si professa anarchico viene scelto come padrino e un noto professionista di Cagliari si avvicina all'Eucarestia dopo venticinque anni di lontananza dalla Chiesa. Si avverte quasi materialmente la presenza di Dio. La messa è finita ma Cristo è rimasto: un vecchietto porta dalla tenda accanto una fisarmonica. Che il terremoto gli ha risparmiato. Viene stappata l'ultima bottiglia di Parteolla. Si brinda, si canta. Ritorna la speranza, riaffiora le certezza: la dimora di Gesù è in mezzo a noi. E se Buon Natale dev'essere Buon Natale sia...a tutti!
(Da Orticedrus, n°4, Speciale Natale 2010)

'Elì, Elì, lemà sabactani? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?' (Mt 27,46)
di don Efisio Zara
Quando le Grafiche Ghiani restituiranno questi pensieri alle pagine di Orticedrus, periodico ormai affermato a San Sperate, la ricorrenza della Pasqua 2011 sarà ancora da celebrare. Per una volta gli affezionati lettori mi dispenseranno dal formulare i consueti auguri, spesso frettolosi, quasi distaccati e forse non pienamente compresi nel vero significato. Intanto, il termine Pasqua deriva dall’aramaico Pasha che corrisponde all’ebraico Pasach il cui significato generico è passare oltre. Un gruppo di Padri della Chiesa di origine asiatica collega la parola Pascha al verbo greco páschein, che significa soffrire.
In effetti la festa della Pasqua di Risurrezione è preceduta dal lungo periodo della Quaresima che presenta come punto focale la via Crucis, la Croce. Si va verso Pasqua ma intanto viviamo la Quaresima. Si annuncia la risurrezione di Cristo ma intanto l’umanità intera pullula di gente in croce. Penso al paraplegico che sta inchiodato su una sedia a rotelle, a chi è ridotto all’impotenza da una malattia irreversibile, a chi ha perso il lavoro, a chi il lavoro non lo ha mai avuto.
Penso anche ai carcerati innocenti ... e ai ragazzi, sempre più numerosi e sempre più in età precoce, schiavizzati dall’alcol e dai vari tipi di droga ... agli ammalati terminali e agli anziani abbandonati ... al giovane sposo partito in Afghanistan per la cosiddetta “missione di pace” e restituito ai familiari dentro una bara avvolta dal tricolore dopo solenni “funerali di stato”... Mentre la tv ci propone le immagini dei profughi che da una dittatura nel loro paese si avventurano verso un’incerta libertà in altre città. In questo scenario di crocifissi spicca il Crocifisso.
Si tratta di Gesù si Nazaret, l’uomo che si professa Dio, che alle 15 di quel Venerdì Santo dall’alto della sua croce grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» In quel momento vive la terribile esperienza della solitudine e dell’abbandono. Ma quel grido non è isolato, è all’unisono con tutte le persone che sperimentano la solitudine e l’abbandono e almeno una volta nella vita, ciascuno al proprio Dio, hanno gridato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Nel Vangelo di San Marco si legge: «Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito di una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”» (Mc 16,5). Sarà così arduo sperare che l’umanità, oggi in Croce, possa assaporare domani la gioia della Risurrezione?
(Da Orticedrus, n°1, Marzo 2011)
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